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lunedì 30 maggio 2011

I giardini temporanei di Prinzessinnengarten, Berlino





di Cristina Nogara


A pochi metri dalle rotonde nel traffico della Moritzplatz, e lungo gli ingressi del Prinzessinnengarten, vengono coltivate verdure fresche. Robert Shaw e Marco Clausen, della compagnia no-profit Nomadisch Gruen (verde nomade), coltivano vegetali con standard biologici su un terreno di 6000 metri quadri. Un anno fa la zona era un’area dismessa piena di spazzatura. Oggi vi fioriscono zucche, patate, radici e anche un nuovo spirito comunitario. 


I due fondatori poterono contare sull’attivo supporto dei loro vicini. Robert Shaw dice: “Noi abbiamo creato il contesto di questo posto. Sono le molte e diverse persone che si occupano di piantare, annaffiare e diserbare (e che si incontrano al caffè del giardino) che fatto rinascere questo luogo.”
Un luogo di incontro e di scambio per i giovani, per le scolaresche in visita e per gli orticoltori, e anche di integrazione, per gli immigrati. Le donne provenienti dalla Russia e dalla Turchia sono delle esperte orticoltrici ed è da loro che Robert Shaw, coltivatore autodidatta, ha ricevuto i migliori suggerimenti. 


Tutti possono raccogliere e comprare prodotti ortofrutticoli al Prinzessinnengarten e le persone che danno un mano in modo regolare possono acquistare a prezzi di convenienza. Ma, a differenza che nei tradizionali orti tedeschi, qui non vi sono appezzamenti individuali. L'unica eccezione è per i bambini in età scolare e prescolare che coltivano e curano il proprio orto dal dissodamento fino al raccolto. Tutti possono raccogliere e comprare prodotti ortofrutticoli al Prinzessinnengarten e le persone che danno un mano in modo regolare possono acquistare a prezzi di convenienza. Ma, a differenza che nei tradizionali orti tedeschi, qui non vi sono appezzamenti individuali. L'unica eccezione è per i bambini in età scolare e prescolare che coltivano e curano il proprio orto dal dissodamento fino al raccolto. 




Il Prinzessinnengarten differisce dal suo modello ispiratore in un punto fondamentale: le aiuole sono trasportabili. La verdura cresce nei contenitori del pane di plastica in disuso, le patate spuntano in sacchi di riso, le erbe aromatiche in vecchi cartoni del latte. Questo metodo di coltivazione rende l’orticultura indipendente dalla qualità del suolo e l’orto urbano rimane mobile. Dopotutto, l’oasi di Moritzplatz è un giardino temporaneo poiché, quando un giorno il Berlin Liegenshaftsfonds (proprietario del terreno) venderà il sito, gli agricoltori  dovranno andarsene. Grazie alla concezione del Nomadisch Gruen la ricollocazione non dovrebbe essere un problema. È una forma di agricoltura che funziona anche sui tetti delle case, nei parcheggi e nei terreni che, per varie ragioni, sono temporaneamente abbandonati.

venerdì 8 aprile 2011

Victory Gardens, guerra allo spreco


di Cristina Nogara






An World War II poster depicting an old man 'digging for victory'.
Non siamo in tempo di guerra, sebbene talvolta possa sembrarlo… infiniti articoli sul “credit crunch”, riduzione e aumento vertiginoso dei prezzi del cibo, stanno sollevando una certa ansietà.
Durante la seconda guerra mondiale i britannici crearono i cosiddetti Victory Gardens nelle piazze e nei parchi in tutto il paese. Coltivavano il loro cibo personale in spazi molto stretti e compressi, come risposta alla carenza di cibo dovuta alle restrizioni sull’importazione in tempo di guerra.
L'idea di mangiare cibi di stagione coltivati localmente e biologicamente vale anche per noi, oggi. E nel cuore dello storico St James’s Park è stato creato, da Dig for Victory, un allotment garden per riportare alla memoria il profumo di quei tempi e incoraggiare la gente ad abbracciare l’idea di coltivare per se stessi. Per il secondo anno consecutivo, è stato creato un piccolo allotment garden nello spirito di quelli coltivati in guerra, con un approccio completamente biologico e con l’intento di creare un raccolto con i più alti valori nutritivi.
Era fatto uso di scarti domestici, come contenitori delle uova, rotoli di carta igienica o cornici di vecchie finestre usate come ripari contro il freddo. Tende di rete offrivano protezione dagli uccelli e dal sole deflettendo i raggi lontano dalle piante. Nel 1945 nel Regno Unito venivano coltivati 1.5 milioni di allotments sopperendo al 10% della richiesta di cibo. Per l’approvvigionamento di carne le comunità erano incoraggiate ad allevare il proprio bestiame con l’opportunità di associarsi al club del maiale o del coniglio.
Il riciclaggio nacque come necessità. Con il cambiamento del mondo in cui viviamo, sembra allo stesso modo tornare ad essere un’esigenza.
da Treehugger

Agricoltura e città


di Cristina Nogara
“L’agricoltura urbana sta vivendo un boom e viene praticata da ottocento milioni di persone in tutto il mondo”. Questa frase tratta dal libro di John Thackara 
In the Bubble, offre uno spunto di riflessione sulla portata di un fenomeno ricco di potenzialità per il futuro delle città. L’agricoltura urbana, infatti, oltre ad essere motivo di aggregazione sociale o utile e piacevole passatempo, può assumere funzioni importanti.

Thackara scrive: “fino al quaranta per cento dell’impronta ecologica di una città moderna è riconducibile ai suoi sistemi alimentari, ossia al trasporto, all’imballo, al deposito, alla preparazione e allo smaltimento di ciò che mangiamo.”
Il sistema agricolo urbano potrebbe infatti rispondere alle esigenze di approvvigionamento alimentare a chilometro zero, instaurando così un circolo virtuoso ed ecocompatibile.
Con questo intento nasce Skyland, progetto di vertical farm a impatto zero di ENEA per l’Expo di Milano, che offre la visione di un possibile scenario della città del futuro, tema proposto con interessanti spunti anche da Genitronsviluppo.
Lo sviluppo basato sull’integrazione e sull’autosufficienza produttiva era già per Peter Kropotkin, alla fine del XIX secolo, un concetto imprescindibile e in questa chiave di lettura l’agricoltura non può essere tralasciata, non solo, “il suo modello ciclico di funzionamento va preso ad esempio dalle altre discipline economiche.”
(vedi la tesi di laurea di Emanuele Bobbio)


IN THE BUBBLE. DESIGN PER UN FUTURO SOSTENIBILE




La premessa di questo libro è semplice: se siamo in grado di progettare modi per renderci la vita difficile, possiamo progettarne altri per risolvere i nostri problemi. L’impatto ambientale dei prodotti, dei servizi e delle infrastrutture che ci circondano si determina, fino all’ottanta per cento, in fase di progetto. Le scelte operate in questa fase modellano i processi che sono alla base dei prodotti che usiamo, dei materiali e dell’energia necessari a realizzarli, delle diverse modalità del loro utilizzo quotidiano e di ciò che accade loro nel momento in cui non ci servono più. Oggi sono numerosi i progettisti che, con forza, si impegnano nel creare servizi e infrastrutture molto meno dannosi per la biosfera di quelli attualmente in uso. Il libro presenta una ricca rassegna di questi esempi, spesso illuminanti.